Il mercato dei mutui sta prendendo una piega verso il tasso fisso.

Circa 3 su 4 dei nuovi mutui stipulati (sia relativi all’acquisto di nuove abitazioni che surroghe di vecchi mutui) sono oggi a tasso fisso.

Il 2016 ha registrato una netta preferenza per i contratti a rata congelata rispetto a quelli a rata variabile. Anche il 2017 continua con questo trend.

Non è complicato capirne il perché. La caduta dei tassi, che è un riflesso della strana era dei tassi bassi quando non negativi sui titoli di Stato che stiamo vivendo, sta direzionando gli aspiranti mutuatari verso l’ ideale di sicurezza offerto dal tasso fisso.

In partenza questo costa sempre più rispetto al variabile (tra lo 0,8% e l’1% a seconda delle offerte) ma parte da livelli nominali talmente bassi a tal punto da catturare la preferenza della maggior parte dei debitori.

Oggi è possibile stipulare un fisso anche di poco sotto il 2% mentre il variabile nelle migliori condizioni costa meno dell’1%.

Ma dato che del futuro non v’è certezza in tanti preferiscono pagare un po’ di più pur di congelare un tasso nominale eccezionalmente basso per 20-30 anni.

Non si può certo dare torto a chi opta per questa soluzione.

Ma allo stesso tempo non si può nemmeno dire che la minoranza di coloro che stanno scegliendo il più vantaggioso (perlomeno in partenza) tasso variabile, stiano sbagliando.

In realtà, quando si parla di mutui la scelta della tipologia di tasso (fisso o variabile) è sempre una scommessa sul futuro.

Quindi non si può mai dire ex-ante chi ha fatto la scelta giusta.

La risposta la si avrà solo nel tempo, in base a come si saranno mossi i tassi in relazione all’andamento dell’economia e alle decisioni di politica monetaria della banca centrale a cui i tassi sono inevitabilmente collegati.

L’importante, prima di scegliere la tipologia di tasso, è conoscere come questi funzionano e come, eventualmente, potrebbero muoversi in futuro.

Chi sceglie il fisso, ad esempio, deve sapere che l’indice interbancario (che si somma allo spread deciso dalla banca) utilizzato è l’IRS (della durata del mutuo).

Bene, l’IRS a 20 anni è oggi allo 0,7%, vicinissimo al minimo di tutti i tempi.

L’IRS è basso quando è basso il rendimento del Bund tedesco (che pure viaggia vicino ai minimi di tutti i tempi).

Se il rendimento del Bund dovesse salire anche l’IRS salirà.

Quindi chi è orientato al fisso farebbe bene a stipulare un mutuo a tasso fisso nel momento in cui il tasso Bund (e quindi anche l’IRS) è molto basso.

Se però il Bund e l’IRS sono bassi è praticamente impossibile che anche l’Euribor (l’indice del tasso variabile) sia alto.

Perché in economia e finanza tutto è collegato.

A fronte di un IRS dello 0,7% c’è un Euribor a 3 mesi addirittura negativo (-0,3%).

L’Euribor vale l’1% in meno rispetto all’IRS ed è per questo che (a parità di spread) oggi un mutuo a tasso fisso costa l’1% in più in partenza.

Con la differenza che nel contratto del mutuo eventuali i rialzi dell’Euribor faranno salire la rata mentre eventuali rialzi dell’IRS no (perché nel tasso fisso si prende come riferimento e fino alla scadenza il valore che l’IRS ha sul mercato il giorno della stipula).

C’è da aspettarsi che l’Euribor salga?

Secondo le previsioni l’Euribor è destinato a restare molto molto basso ancora a lungo, perché tali anche sono le previsioni sull’inflazione della zona euro.

Di conseguenza, per chi stipula un mutuo a 20 anni (dove gli interessi si pagano per la gran parte nei primi 10 anni e quindi dove ci si dovrà preoccupare della dinamica dei tassi per 10 anni appunto) l’idea di partire con un risparmio certo dell’1% a fronte di prospettive blande di lievi e lenti rialzi futuri non è sbagliata.

Così come non può dirsi sbagliata la scelta di chi si “assicura” stipulando il tasso fisso. Ma questa assicurazione, considerate le prospettive economiche e di inflazione future, copre oggi più dal rischio di un aumento dei tassi per un’eventuale disgregazione dell’euro che non dal rischio (assai limitato) di aumento dei tassi per via dell’inflazione.


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