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Mutuo prima casa tasso zero

E’ possibile ottenere un mutuo a tasso zero? In italia sicuramente no. Lo dice il codice civile.

Ci sono paesi invece dove il mutuo a tasso zero è possibile. Uno di questi paesi è la Danimarca.

I mutui a tassi negativi o tasso zero, sono quelli in cui il debitore si vede accreditare gli interessi che vengono quindi stornati dalla rata mensile.

Nel mondo esistono questi paradisi del mutuo a tasso negativo, ma non in Italia.

Per esempio a Copenaghen sono una realtà. Inizialmente si è trattato di un fenomeno indiretto, ovvero mutui nati con tassi positivi ma finiti sottozero per via del progressivo calo del tasso interbancario a cui sono agganciati.

Successivamente il mutuo a tasso a negativo si è evoluto, nel senso che alcuni istituti hanno iniziato a venderli sin da subito nella formula “sottozero”.

Come il mutuo a 10 anni lanciato lo scorso agosto dalla Jyske Bank, la terza banca danese per dimensioni, al tasso fisso pari a -0,5%. Il mutuo “sub-zero” è l’altra faccia della medaglia di quanto sta per accadere sulla liquidità in Svizzera o già accade in Germania.

Nel mondo rovesciato dei tassi negativi non sembra irragionevole aspettarsi che la liquidità venga tassata. Così come che il debitore venga pagato sulle somme che chiede.

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Mutuo a tasso zero in Italia

Tecnicamente non siamo lontani dai primi mutui a tasso negativo. Perché i prestiti ipotecari a tasso variabile concessi in Italia sono perlopiù agganciati all’andamento degli indici Euribor.

Questi indici dal 2015 al 2019 hanno viaggiato sottozero.

Questo perché i mercati si aspettano che la Bce tagli ulteriormente i tassi. Con un contratto di mutuo che prevede uno spread dello 0,5% e che prevede la sottrazione allo spread dell’Euribor se quest’ultimo è negativo, presto si potrebbe venire a profilare la condizione di tasso di interesse negativo, ottenuto dalla somma algebrica tra spread ed Euribor.

Come in Danimarca. Ma se questo scenario dovesse verificarsi (come pare molto probabile) scatterebbe una sorta di blocco giuridico che impedirebbe l’accredito degli interessi al mutuatario.

Sul punto è infatti intervenuto lo scorso anno l’Arbitro bancario finanziario con la decisione n. 23294 dell’8 novembre 2018 stabilendo che se il contratto di mutuo a tasso variabile non prevede una “clausola floor” (quella che limita la discesa del tasso al di sotto di una certa soglia) e il parametro di indicizzazione porta il tasso d’interesse in zona negativa, il mutuo si intende infruttifero fino a che il parametro di indicizzazione non riporta il tasso in positivo.

In altre parole, nel periodo di tasso con segno negativo, la banca non deve pagare interessi al mutuatario per la ragione che l’art. 1813 del Codice civile designa il mutuo come il contratto mediante il quale una parte consegna all’altra una somma e la controparte si obbliga a restituire una somma di pari quantità (oltre agli interessi pattuiti).

Ne consegue che non può configurarsi, “per colpa” del parametro di indicizzazione, il caso che il mutuatario possa restituire una somma inferiore a quella mutuata.

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Se l’ipotesi di mutuo che parte con un tasso positivo e poi diventa negativo nel tempo (per via del calo degli Euribor) è quindi al momento non contemplata dal Codice civile, tanto più pare improbabile che in futuro qualche banca decida di iniziare a vendere già in partenza mutui a tasso negativo.

Del resto, che agli istituti che operano in Italia non vadano a genio i “prestiti sub-zero” lo dimostra il fatto che a partire dal 2015 (quando l’Euribor è diventato negativo) la maggior parte ha lanciato mutui variabili con un floor a proprio vantaggio, includendo nel contratto la clausola che «qualora l’Euribor diventi negativo verrà comunque considerato pari a 0 e quindi non sottratto allo spread».

Se il “floor” inserito nel contratto pare discutibile (perché opera ad esclusivo vantaggio della banca) viola invece le normative di trasparenza l’operato di quegli istituti che hanno evitato di sottrarre l’Euribor negativo allo spread anche sui “vecchi” contratti, precedenti al 2015, sprovvisti del “floor”.

Sul tema è intervenuta la Banca d’Italia indicando che «gli intermediari dovranno astenersi dall’applicare di fatto clausole di c.d. “tasso minimo” (“floor clause”) non pubblicizzate e non incluse nella pertinente documentazione di trasparenza e nella modulistica contrattuale»

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