Opa sulla Fed potrebbe essere un boomerang per Trump
“Personalmente, credo che la Fed dovrebbe abbassare i tassi; credo che questi ultimi ci abbiano davvero rallentati… non c’è inflazione. Il restringimento quantitativo dovrebbe tramutarsi ora in un [nuovo] quantitative easing”: così aveva dichiarato il presidente americano, Donald Trump, lo scorso 5 aprile.
Non è stata altro che l’ennesima critica rivolta all’istituzione presieduta da Jerome Powell, l’uomo che lo stesso Trump nominò alla guida della Fed a inizio 2018. La banca centrale, tuttavia, è un organismo che persegue i propri obiettivi di mandato in modo indipendente. Un aspetto che risulta indigesto non solo a Trump, ma anche a molta politica di stampo sovranista quando si parla della Bce.
L’idea che il presidente della Fed da lui stesso nominato possa agire diversamente rispetto alle indicazioni presidenziali susciterebbe in Trump la sensazione di un tradimento. Per questo, il tentativo di influenzare l’indirizzo del comitato si è concretizzato nei nomi dei fedelissimi Herman Cain e Stephen Moore, che Trump vorrebbe proporre al Senato (a maggioranza repubblicana) affinché vengano nominati nel Consiglio dei governatori Fed. Quest’organo, è composto da 7 membri il cui mandato dura 14 anni e concorre assieme ai governatori di distretto ai 12 voti complessivi del Comitato Fomc. In altre parole, si tratterebbe di due voti attivamente coinvolti nelle decisioni di politica monetaria.
Draghi: così si mina indipendenza Fed
Come prevedibile, questa mossa ha prodotto una netta reazione da parte dei media americani: Stephen Moore è un conservatore di ferro, così come Herman Cain, ex dirigente di una catena di pizzerie ed ex candidato alle primarie presidenziali repubblicane nel 2012. Che le ragioni alla base di queste nomine siano meramente politiche è un fatto scontato. Mario Draghi, presidente della Bce, ha avvertito dei rischi che comporta una tale ingerenza della politica negli affari monetari.
Secondo il commentatore economico Patrick Watson tentare un’influenza diretta sulla Fed potrebbe essere un clamoroso errore per Trump. In particolare, anche se riuscisse a convincere il Fomc della necessità di un nuovo allentamento della politica monetaria, l’intervento presidenziale su una materia così delicata esporrebbe la presidenza ad eventuali responsabilità in caso di sviluppi negativi.
Watson ricorda, ad esempio, che il presidente Richard Nixon cercò con successo di convincere il presidente della Fed di allora a tagliare i tassi prima delle elezioni del 1972. Un fatto che, però, avvenne dietro le quinte e che è venuto alla luce anni dopo, solo grazie al lavoro di ricerca storica. Il 1973, però, sarebbe stato un anno contrassegnato da un brusco calo dei mercati, avviatosi mesi prima della crisi petrolifera e della conseguente vampata dell’inflazione. Non è detto che a breve termine le sorti di Wall Street seguano un destino analogo, ma impegnarsi attivamente nella politica monetaria, secondo Watson, sarebbe un grosso azzardo per la presidenza Usa. Infatti, i possibili risultati sono tre, secondo il giornalista; e solo uno sarebbe positivo per Trump:

Non riesce a influenzare la Fed, apprendo debole e impotente.
Riesce ad influenzare la Fed e si prende la colpa dei suoi errori.
Riesce a influenzare la Fed e l’economia cresce.

Potremmo aggiungere, a nostro avviso, un ultimo possibile risultato:

Non riesce a influenzare la Fed, e, se le cose andranno per il peggio, la colpa sarà scaricata su Powell.

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