Una nuova era di inflazione molle perenne e piena occupazione
Far tornare l’inflazione sembra diventata una missione impossibile. Ma è veramente così importante raggiungere l’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali, oppure la nuova era in cui siamo entrati, caratterizzata da bassi tassi di inflazione e crescita in un contesto di piena occupazione, cambia le carte in tavola?
In Giappone, Eurozona, Svezia, Svizzera, l’inflazione resta da anni sotto la soglia sopra citata. Il fenomeno è diffuso e non riguarda più soltanto alcune aree circoscritte. Nonostante quanto affermato da Jerome Powell, governatore della Federal Reserve, di recente, secondo cui l’inflazione fredda è un fenomeno transitorio, gli economisti prevedono che possa persistere.
Usa e Regno Unito hanno centrato gli obiettivi nel 2018 grazie al rincaro dei prezzi del petrolio, ma da allora l’inflazione è tornata al di sotto del 2% e i valori di fondo “core” – escluse le componenti volatili come cibo ed energia – sono modesti.
Malgrado gli sforzi e le misure delle banche centrali, il 2%, diventato lo standard internazionale per definire al stabilità dei prezzi, sembra sempre più difficile da raggiungere. E dire che Bce, Fed e Banca del Giappone hanno fatto di tutto per surriscaldare i prezzi al consumo. I tassi di interesse sono stati azzerati e in alcuni casi portati addirittura sotto lo zero, un evento che pareva impensabile prima della grande crisi finanziaria del 2008-2009. I bilanci sono stati gonfiati a livelli record, ma l’inflazione non si è quasi mossa.
La grande rottura con il passato, dieci anni fa
La situazione è paradossale e indica che ci troviamo in una nuova era, caratterizzata da bassi tassi di crescita e inflazione, in un contesto di piena occupazione. La spiegazione secondo la quale l’inflazione aumenta quando la disoccupazione si riduce non sembra funzionare in questo caso. Un po’ dappertutto il tasso dei disoccupati è su livelli particolarmente bassi, ma l’inflazione è rimasta immutata.
Due fattori che hanno indubbiamente contribuito a gettare le basi di questa nuova era “paradossale”, sono stati la globalizzazione e la pressione concorrenziale dei prezzi dei prodotti Made in China. Ma anche la paura che scoppi  una nuova crisi. Oppure ancora le innovazioni tecnologiche che trasformano i modelli di produzione. Anche il calo delle nascite e gli andamenti demografici in generale vengono evocati tra le ragioni dietro allo stato insolito delle cose, perché l’invecchiamento della popolazione invita le imprese alla prudenza.
Ma se si pensa che le misure straordinarie senza precedenti delle banche centrali non sono riuscite a rilanciare i prezzi al consumo, tutti questi fattori non sono sufficienti a spiegare il fenomeno paradossale a cui stiamo assistendo. La grande rottura con il passato è avvenuta con la crisi del mutui subprime. È stata evitata la deflazione che ha invece caratterizzato la depressione degli Anni 30, ma l’inflazione è rimasta fredda da allora.
Siccome in Giappone i prezzi al consumo sono fermi dagli Anni 80, si parla spesso di “giapponizzazione” dell’Europa o del mondo intero. In realtà, non va dimenticato che oltre all’inflazione anche il Pil è molto debole da diversi anni. Ci troviamo in un’era di crescita fiacca.
Inflazione: soglia del 2% non è sacrosanta
Quali sono le conseguenze di non riuscire a fare risalire i prezzi al consumo? Una potrebbe essere una disoccupazione alta per via di una crescita debole. Se da un lato il Pil rimane basso, sinonimo di un potere d’acquisto stagnante, dall’altro inflazione e la piena occupazione sono relativamente soddisfacenti. Basti pensare che in diverse aree, come in Francia e in Spagna, si constata una riduzione netta della disoccupazione nonostante un Pil che in Europa faccia fatica a prendere slancio.
Tutto questo ha spinto alcuni commentatori a chiedere alle autorità di politica monetaria di ridurre le pretese e abbassare l’obiettivo di inflazione dal 2%. Si tratta di un livello che non ha nulla di sacrosanto. Apportare modifiche sarebbe però un’opera molto delicata, specialmente quando si tratterà di comunicare eventuali cambiamenti ai mercati.
La percentuale ideale del 2% è stata proposta dopo un periodo di inflazione elevata, vent’anni fa. Ma la proposta non trova concordi tutti gli economisti e osservatori. Alcuni di loro la ritengono una giustificazione dell’incapacità delle banche centrali di centrare i loro obiettivi. Se l’inflazione resta vicina allo zero, il vero problema è che anche i tassi di interessi rimangono bassi a lungo, limitando non solo i margini di profitto di banche, risparmiatori e obbligazionisti, ma anche i margini di manovra delle banche centrali in un periodo di crisi.
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